5 domande a: Nicolò Donzelli, fondatore di NEST Investimenti
Niccolò Donzelli è nato a Firenze nel 1972 ed è fondatore di NEST INVESTIMENTI. E’ un imprenditore del settore comunicazione, dell’editoria e dell’information technology, Business Angel con esperienza quasi ventennale in aziende di varie dimensioni e diverse situazioni come startup, M&A, passaggi generazionali o turnaround. Attualmente partecipa numerose aziende nella filiera della comunicazione e dell’ICT. Ha fondato Nest per offrire al tutte sue imprese anche l’opportunità di lavorare in networking ed un sistema di servizi professionali orientati allo sviluppo del business. L’approccio non è mai consulenziale e di breve periodo perchè tutti gli interventi sono finalizzati ad un consolidamneto di medio-lungo periodo. Iscritto con alcune delle sue aziende a Confindustria dal 1995 è stato Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Firenze e della Toscana. Socio IBAN e membro del CdA della Scuola di Scienze Aziendali di Firenze.
Qual’è secondo lei la differenza principale tra il mercato dello Start-up italiano e quello USA?
L’Italia e gli Stati Uniti sono due paese profondamente diversi per dimensione, caratteristiche economiche, storia ma soprattutto per cultura. Non ha quindi molto senso forzare un paragone tra questi due contesti anche e soprattutto quando si parla di start up e finanza d’impresa. Sono da sempre ovviamente affascinato dal mito americano nel nostro settore ma faccio parte di quella categoria di imprenditori che ama il suo paese ed ha deciso di lavorarci oltre che viverci. In Italia manca una vera cultura d’impresa, nelle nostre scuole e soprattutto nelle università non si promuove la cultura del rischio. Quando qualcuno intraprende una nuova attività, soprattutto se giovane, spesso l’atteggiamento con il quale deve fare i conti è la diffidenza.
“Cosa ti sei messo a fare? Sei sicuro? Ma chi te lo fa fare di rischiare?” I motivi sono molti soprattutto di carattere storico e culturale. Riconoscere il valore del rischio significa considerare soprattutto la possibilità naturale del fallimento come una tappa normale e talvolta necessaria nell’interesse del sistema generale. In Italia siamo ancora permeati da una cultura retrograda permeata dal pregiudizio che vede il fallimento come un’infamia, una mascalzonata all’italiana, un marchio sociale con ricadute talvolta generazionali ed alla fine molti giovani preferiscono non provarci nemmeno.
Nella selezione dei top managers statunitensi aver vissuto uno o più casi di fallimento aziendale è considerato un valore aggiunto nell’esperienza e nella maturazione del problem solving richiesto al candidato. Siamo assai lontani dalla mitica Silicon Valley e dai suoi di ventures capitalist il cui mestiere abbiamo tradotto, che non a caso, come “capitale di rischio” privandolo di tutta la componente positiva ed onirica della “ventura”.
2.Cos’è che penalizza maggiormente la situazione italiana, agli occhi di un investitore?
Sono moltissimi i nostri deficit ma credo che la principale sfida per la nostra futura economia sia la lotta alla rendita e un riorientamento della cultura di base verso nuovi valori dell’imprenditorialità. Occorre puntare alla crescita delle nostre imprese, alla loro capitalizzazione, ad una maggiore managerialità nella loro gestione. Il futuro dell’industria italiana è soprattutto l’immaterialità, la creatività, il design, la progettazione di beni e servizi che però potranno e dovranno essere realizzati inevitabilmente in altre parti del mondo dove sarà più conveniente.
Per far questo occorre continuare ad internazionalizzare le nostre strutture –che non vuol dire solo vendere o comprare all’estero ma anche e soprattutto gestirle con visione e cultura globale-, aprire costanti canali di relazioni con il resto del mondo per favorire un salto dimensionale delle nostre aziende attraverso fusioni e joint-ventures. Occorre aprire il capitale delle nostre imprese a chi può aiutarci a farle crescere, siano essi collaboratori, colleghi o finanziatori. L’innovazione ha bisogno di innovatori. Non è solo uno slogan.
Le sfide di questo mercato sono molto complesse ma un imprenditore oggi la prima sfida la gioca contro se stesso. La sfida primaria è al suo modo di fare impresa e al suo essere imprenditore, al superamento di quella “sindrome padronale” e “produttività materiale” che se da un lato richiede una necessaria componente di ambizione e di ego personale dall’altro pretende anche una sublimazione di questa cultura verso logiche più aperte alla cooperazione e alla condivisione del fare impresa in maniera nuova. Questo cambiamento ha necessariamente costi collettivi molto forti.
3.Che consigli darebbe agli Startupper italiani?
Di trovare tanto coraggio, tanta passione e buttarsi senza nessuna rete di protezione.
La mia mamma immaginava per me una professione ed una carriera sicuramente più lineare ed un posto sicuro “per sempre” e troppo spesso, come tanti genitori di oggi, non capisce fino in fondo come si articola la mia attività quotidiana ed è in ansia per le molteplici novità e le avventure che le propongo “per il momento”.
Il lavoro è una benedizione, per alcuni individui in particolare una vocazione naturale, mai un obbligo imposto. Vivere sopportando il lavoro come una ineluttabile necessità, e non come una stimolante occasione di crescita anche spirituale, è secondo me il vero castigo di Caino. Fare il mestiere che si ama ed alzarsi quindi ogni mattina con l’entusiasmo e l’emozione come se fosse il giorno della gita di classe è, e sarà sempre, una delle fortune più grandi.
4.Quali, sono a suo avviso, i settori più innovativi, su cui vale la pena investire oggi?
Oggi sempre più i settori nei quali dobbiamo credere sono quelli legati allo sviluppo delle tecnologie ma anche alla cultura, al design e alla creatività. Ciò premesso ultimamente abbiamo investito anche in un’azienda manifatturiera che festeggiava 100 anni di storia ed avrebbe chiuso per mancanza di passaggio generazionale e non lo abbiamo fatto per romanticismo ma perchè è possibile ancora fare molta strada nei settori tradizionali basta puntare sull’innovazione dei processi, sull’internazionalizzazione e sulla capacità di rinnovare i prodotti continuamente.
Un caro amico imprenditore di grande successo aveva nella sua azienda un motto: “Se qualcosa di ciò che stiamo facendo sta funzionando è l’ora di cambiare!”.
5.Ci parli dell’ultima Startup che ha finanziato.
Nest Investimenti ha investito in uno startup di quattro giovani ingegneri, ricercatori universitari che hanno deciso di fondare un software house lasciando la possibile carriera universitaria.
Si erano messi in gioco con coraggio, umiltà e tanta passione. Avevano già costituito la loro newco e cercavano un po’ di sostegno finanziario, culturale, organizzativo e manageriale. Una sfida che sembrava calzare a pennello con la nostra mission. Stiamo lavorando con loro da 24 mesi ed i risultati sono entusiasmanti.
Oggi fatturano oltre un milione di euro e la società occupa circa venti ragazzi e tutto questo in Toscana non in una mitica valle americana. Non è merito nostro ma loro, ogni onore spetta ai quattro imprenditori, il nostro talento eventualmente è capire al volo su chi scommettere.
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Tags: Business Angels, Venture Capital
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Comments (2)
[...] Fonte: Startupper.it [...]
come posso fare per mettermi in contatto con Nicolò Donzelli?
grazie
P!