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Big Data, una soluzione all’insofferenza dei consumatori nei confronti della pubblicità online

AdBlock Plus, software che permette di bloccare gli annunci pubblicitari, ha da poco annunciato il lancio della sua piattaforma battezzata “Acceptable Ads”. Si tratta di un’estensione che permette agli utenti di inserire in una “white list” i contenuti pubblicitari che si ritengono non invasivi. Questo cambio di posizione di Adblock, da piattaforma che blocca le pubblicità a promotore di pubblicità “accettabile”, mostra tutta l’ambiguità del suo ruolo : promettere di bloccare la pubblicità per poi consentirne una visualizzazione accondiscendente. Per giustificare questa inversione di rotta AdBlock Plus promette di promuovere solamente le pubblicità meno visibili e che sono in linea con i contenuti editoriali del sito su cui compaiono gli adv.

Questa politica, che sembra vincente a prima vista per i consumatori, può velocemente tradursi in un aumento della pressione pubblicitaria. Infatti gli spazi pubblicitari concessi da questa iniziativa di Adblock Plus hanno risultati più deboli rispetto a quelli di uno spazio pubblicitario tradizionale; di conseguenza, per sperare di avere lo stesso impatto, un editore dovrà aumentare il numero di apparizioni della stessa pubblicità andando così ad aumentare nuovamente la pressione sui consumatori.
E se la soluzione non fosse quella di rendere la pubblicità meno visibile, ma, al contrario, più interessante per il consumatore?
Alcune aziende americane come Facebook e Google così come certi attori europei come Ogury lo hanno già capito, puntando sullo sviluppo di questo aspetto. Queste aziende sono ora in procinto di rivoluzionare l’offerta pubblicitaria grazie all’utilizzo dei Big Data per i quali schierano l’insieme delle loro competenze tecnologiche.

Una pubblicità più attraente per il consumatore genera una maggiore interazione e di conseguenza una performance sopra la media.
Questo significa che l’inverso di una pubblicità poco visibile, non è una pubblicità onnipresente, ma una pubblicità di maggior interesse per l’utente.

S’instaura in questo modo un circolo virtuoso in cui l’interesse dell’inserzionista, dell’editore e del consumatore sono per la prima volta allineati. Si ottiene così Per l’inserzionista: una migliore efficacia della pubblicità, a fronte di una diminuzione della pressione pubblicitaria e di un miglioramento dell’immagine del marchio. Per l’editore: maggiori ricavi con un investimento su meno spazi pubblicitari, ma più mirati.

Per il consumatore: meno intrusioni pubblicitarie, ma, soprattutto, con pubblicità più interessanti e rispondenti al suo interesse.
L’efficacia di questo modello è dimostrata anche da un’indagine condotta da Facebook sulla percezione dell’intrusione pubblicitaria sulla sua piattaforma. Malgrado l’arrivo della pubblicità nel 2012 Facebook è riuscito ad aumentare il suo pubblico. Sul social la pubblicità è graficamente ben integrata ma resta ugualmente visibile: talvolta arriva ad occupare più di metà dello schermo. Nonostante ciò appare meno fastidiosa che sugli altri siti, perché interessa all’utente molto più spesso.

Ormai è ovvio che la pubblicità è necessaria per mantenere la gratuità del web; sta ai nostri attori dei Big Data il compito di renderla sempre più pertinente per essere percepita come meno invasiva. Ai vari editori di contenuti invece il compito di adoperare queste soluzioni basate sui Dati, nell’interesse di migliorare l’esperienza dei loro utilizzatori.

Naturalmente, oltre al tema della pubblicità interessante c’è quello del targeting e della raccolta dati. Su questo punto, il mercato deve fare dei passi da gigante, anche in vista dell’applicazione nel 2018 della nuova legge europea “regolamento generale sulla protezione dei dati”, che impone l’esplicito consenso dell’utente prima della raccolta dei suoi dati.

Il principio è semplice, si tratta di chiedere all’utente se è d’accordo a fornire i propri dati per poi poter beneficiare di un’esperienza pubblicitaria meno intrusiva e più in linea con i suoi interessi personali.

Jean Canzoneri, CEO e co-fondatore di Ogury

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