Giuseppe Granieri, CEO Kloe

Giuseppe Granieri, autore di diversi libri sul digitale editi da Laterza, nella vita ha sempre lavorato sulla frontiera e sull’innovazione, in settori diversi. Soprattutto editoria e comunicazione, passando dalla progettazione di musei - con Carlo Rambaldi, Premio Oscar per ET, Alien e King Kong - al Food&Wine (Gambero Rosso), al giornalismo, alla comunicazione turistica. E molto altro. Attualmente scrive per La Stampa, L’Espresso e sul suo blog personale www.bookcafe.net, fondato ben 14 anni fa.

Ci parli della startup, tra quelle che hanno caratterizzato la sua vita lavorativa, che più le sta a cuore ...

Uh, difficile. Sono 15 anni che lavoro sulla frontiera. Sicuramente una grande avventura è stata 40k. Nel 2010, agli albori del libro digitale - forse, con il senno di poi, un po' troppo presto - è stato emozionante per un editore italiano vendere libri negli USA ed essere nominato tra le 7 piattaforme (unica non americana) che stavano cambiando l'editoria.

Così come è stato importante lavorare con autori americani che si affidavano a un editore italiano per pubblicare in digitale negli Stati Uniti. Nomi noti come Cory Doctorow e Bruce Sterling, per fare qualche esempio. Poi, abbiamo inventato il formato breve che qualche mese dopo è stato reso di dimensioni mondiali dai Kindle Single di Amazon.

In questo c'è una lezione che abbiamo imparato: le buone idee non valgono mai senza una perfetta esecuzione e senza la grande scala dei grandi player. E spesso arrivare primi significa solo che altri poi fanno meglio di te (e con più capitale) quello che tu hai intuito. Questo è vero soprattutto nel mondo digitale di oggi.

Ma ci siamo divertiti molto. Eravamo una bella squadra, con tanti giovani e un biliardino in ufficio. E sebbene molti di noi abbiano poi intrapreso altre strade, l'avventura di 40k (e della mamma Bookrepublic) la seguiamo mentre continua alla grande.

Quali fattori hanno portato al successo la sua startup?

Kloe (www.heyKloe.com) non è esattamente una startup, È una agenzia di comunicazione, ma è una di quelle cose che utilizzando la rete sfuggono alle definizioni. Un po', con i dovuti distinguo e le dovute proporzioni, come Uber o Airbnb. Sono aziende che si muovono in quel range di attività che la tecnologia abilita ma che la giurisprudenza non gestisce ancora.

La nostra logica è innovazione di processo. Non abbiamo i soliti 5-10 dipendenti che sanno usare le solite 5-10 idee. Ma su ogni progetto sfruttiamo il nostro network di eccellenza internazionale per avere le migliori competenze quando servono. Detta così sembra una cosa semplice, ma appena provi a candidare un progetto al una Pubblica Amministrazione la prima cosa che ti chiedono non è cosa sai fare, è quanti dipendenti hai. E perdi settimane a piegare la regole del networking ai moduli di database delle PPAA. Mi verrebbero i capelli dritti … se solo li avessi.

È un modello - invece - che i grandi imprenditori capiscono al volo. Soprattutto perché oltre alla strategia di comunicazione porti competenze (dalle Pr alla ricerca) e sistema di relazioni. In un momento in cui tutti sembrano scoprire che nella rete contano gli influencer e la rete delle persone.

Ma oltre ai grandi progetti, abbiamo standardizzato moduli per le piccole imprese e i business locali. Molto spesso i piccoli imprenditori hanno paura della comunicazione, perché non ne capiscono il linguaggio e sono spaventati dai costi dei professionisti. Il nostro motto su questo fronte è lineare: «L’obiettivo non è essere bravi a comunicare in rete, ma essere bravi a fare business perché si comunica bene».

Cosa consiglierebbe ad un giovane startupper?

Una cosa semplice, che mi ha insegnato Derrick de Kerckhove da ragazzo: «La comunicazione è per il prodotto culturale quello che il design è per il prodotto industriale».
Quindi prima di tutto comunicare (PR, rete, contatti coi media). Se non ti conoscono, puoi avere il miglior prodotto del mondo, ma non lo comprano. Ma attenzione, la comunicazione è una faccenda sartoriale, quindi non è solo idea, ma prima di tutto strategia e qualità di realizzazione.

Si dice che le crisi, in questo caso quella economica, nascondono sempre delle opportunità di cambiamento. Intravede qualche opportunità da cogliere nell'attuale contesto italiano?

Probabilmente vado contro corrente. In tanti anni di consulenza strategica per le aziende  ho rilevato una costante: c'è bisogno di gente brava. E come dico sempre alla mia prima lezione ai miei studenti a Urbino, la chiave è il personal branding. I ragazzi devono imparare a usare la rete per farsi trovare e mostrare cosa sanno fare.

Il lato negativo della medaglia è che il Sistema Italia non è disegnato per favorire le nostre generazioni, sconta i troppi benefici e le troppe tutele che hanno avuto le precedenti. Quindi bisogna ragionare da precari avanzati, essere sempre pronti a mettersi in gioco. Avere coraggio.

Su quali settori, in espansione attuale o futura, consiglierebbe di puntare?

Sui bisogni della gente. Risolvi un problema alle persone e hai un prodotto che funziona. I bisogni possono essere creati, certo, ma in genere il consiglio è: non vendere quello che piace a te, vendi ciò che porta benefici a chi ne ha bisogno.

Photo Credit: Alessio Jacona

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