Marco Serra, sociologo del lavoro e dell'organizzazione, fondatore di Open Hub

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Marco Serra è nato ad Oristano, in Sardegna e vive a Roma. Sociologo del lavoro e dell’organizzazione specializzato in comunicazione d’impresa e relazioni pubbliche, formatore. E’ Presidente di Open Hub, associazione a vocazione internazionale impegnata nella promozione di temi della social innovation. Coordinatore insieme a Patrizia Cinti del LIS - laboratorio di innovazione sociale - dedicato ad Adriano Olivetti, presso il Dipartimento CoRiS Sapienza Un.di Roma, co-promotore del LIS Karl Popper presso l’Università per Stranieri di Perugia. Ha al suo attivo numerose esperienze associative di successo. Ricercatore socio-economico, ha collaborato per molti anni con importanti Istituti di ricerca italiani. E' stato senior consultant per TIM Brasil, occupandosi di temi legati alla Business Intelligence e alla Sostenibilità, mantiene stabili relazioni di lavoro e scambio con il contesto universitario e imprenditoriale delle città di Rio de Janeiro e San Paolo del Brasile.

Parlaci un po’ di Open Hub e dei fattori che crede importanti per il successo di questa esperienza.

Open Hub è nata per promuovere all’interno delle Università i temi dell’innovazione sociale, è insomma una proposta di apertura del castello accademico alla sperimentazione, all’innovazione, a nuovi modi del produrre, ma anche del conoscere, dell’apprendere e dell’insegnare. Lo facciamo attraverso la costituzione di specifici laboratori di innovazione sociale, i LIS, che ci consentono di portare all’interno dei dipartimenti universitari, le esperienze del territorio. In questo modo contribuiamo al percorso formativo degli studenti che partecipano alle attività, facendo loro conoscere esperienze locali, sia quelle più rilevanti a respiro nazionale e internazionale.

L’Università stessa trova beneficio da questo contributo, attraverso un arricchimento della offerta accademica, che di per se è già molto vasta. Il coinvolgimento in questo processo degli “operatori” consente di attivare importanti sinergie e cucire un dialogo estremamente fertile fra dei mondi che purtroppo viaggiano spesso su binari diversi.

Abbiamo già ideato e contribuito alla costituzione di due LIS, il primo (LIS “Adriano Olivetti”) che coordino insieme a Patrizia Cinti e diretto dal Professor Renato Fontana è stato istituito presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale di Sapienza Università di Roma. Il secondo è intitolato a Karl Popper è istituito presso l’Università per Stranieri di Perugia ed è diretto dalla Professoressa Donatella Padua.

Le attività tipiche dei nostri laboratori sono la ricerca, la progettazione, il confronto sui principali temi dell’innovazione sociale. Preferiamo un approccio formativo orizzontale, sperimentale, aperto alla partecipazione, con forti radici nel metodo e nell’esperienza e assolutamente proiettato verso il nuovo e il futuro. Nel mese di giugno per esempio abbiamo organizzato presso il nostro LIS Olivetti quattro workshop ciascuno dei quali orientati all’approfondimento di temi particolarmente importanti (Sharing Economy, Educational, Robotica e Arduino, Smart City). L’apprendimento è esperienziale, i ragazzi sono chiamati ad elaborare in tavoli di lavoro specifiche soluzioni, dopo aver ascoltato le testimonianze “live” di startupper, operatori delle istituzioni o esperti.

A tuo modo di vedere, quali fattori hanno determinato il successo di Open Hub?

Credo molto nel modello che abbiamo scelto per Open Hub, che non è una startup ma una esperienza associativa. Abbiamo voluto che tale esperienza di incardinasse in una logica di integrazione. Open Hub si propone quale agente facilitatore dei modi dell’innovare e delle relazioni fra porzioni di società (la scuola, l’università, il mondo dell’impresa e quello associativo) che normalmente stanno separati, in apparente autosufficienza.

Il progetto è molto giovane: ha soli 18 mesi. E’ molto presto per parlare di successo. Posso invece utilmente dire che abbiamo commesso alcuni errori e che li stiamo superando uno dopo l’altro con determinazione. Abbiamo commesso errori di natura organizzativa (chi fa cosa e come), di natura relazionale (con chi), finanziaria (con che risorse) e comunicativa (chi lo deve sapere dentro e fuori la nostra organizzazione). Abbiamo iniziato a costruire una mappa degli errori possibili prima di iniziare il viaggio, sulla base degli esiti delle nostre esperienze precedenti. Ci ha aiutato molto anche se poi si continua sempre a sbagliare.

Allora, il successo diventa la consapevolezza della insuperabile fluidità del futuro, ma con una forte determinazione a raggiungere un obiettivo ben identificato. Inutile aggiungere che la composizione della squadra è un fattore di successo senza eguali.

Cosa credi importante per un giovane startupper?

Credo che per avere successo oggi sia indispensabile dotarsi di un robusto percorso formativo ed esperienziale. Bisogna coltivare competenze trasversali, costruire una ottima rete relazionale, proattività e un po’ di propensione al rischio. E’ inoltre importante, e se ne parla sempre più anche in Italia, rivalorizzare l’errore come componente essenziale del processo di apprendimento. Il successo arriva quale esito di un processo circolare fatto di tentativi successivi, piccoli e grandi fallimenti e finalmente il raggiungimento di un equilibrio di fattori che spesso assomiglia solo vagamente al progetto che avevamo inizialmente nella testa.

Consiglio inoltre di non sentirsi mai sufficiente a se stessi: circondarsi di persone curiose, capaci e stimolanti e di impegnarsi a diventare un agente attivo di questo fermento nell’università, nei gruppi amicali, nel lavoro. Sentirsi sempre verde, mai arrivati è importante: occorre percepire la propria imperfezione, e “insufficienza” coltivando una sana insoddisfazione positiva. L’attività di studio è una cosa imprescindibile. Non è una opzione. Chi vuole essere un imprenditore di successo (di questo si tratta) deve raggiungere un livello di expertise elevato, competitivo, innovativo.

Nel frattempo si può e si deve sperimentare, sbagliare e riiniziare varie volte. Le competenze relative alle lingue straniere non sono un nice to have ma un obbligo se si vuole competere fra i migliori e aprono esperienze all’estero che possono rivelarsi veramente molto importanti per conoscere altri contesti, e perché no?! poter perfino copiare e riadattare le migliori idee.

Si dice che le crisi, in questo caso quella economica, nascondono sempre delle opportunità di cambiamento. Intravede qualche opportunità da cogliere nell'attuale contesto italiano?

Per quanto riguarda la questione crisi: i mutamenti sono rapidissimi nella nostra società da solo qualche decennio ma lo saranno sempre più, proiettandosi in una prospettiva ancora più globale e interconnessa. Per chi li comprende questi meccanismi sono davvero anche delle opportunità da cui partire.

Oggi giorno esistono immensi oceani blu inesplorati o esplorati solo parzialmente. Parliamo di cose semplici: la stessa sharing economy di cui si parla tanto è solo un fenomeno nascente. Le relazioni economiche sono ancora fortemente “tradizionali”, ci sono ottime avanguardie di successo, ma c’è uno spazio incredibile a disposizione per ritagliarsi ancora “porzioni di luna”.
Il contesto italiano poi è ricco degli elementi che conosciamo e di cui si parla già tanto: arte, architettura, tradizione creativa sono elementi che vanno aggiungersi all’immenso patrimonio paesaggistico e all’eterogeneità culturale che caratterizza i nostri comuni. Se poi si allarga all’Unione Europea veramente l’universo della ricchezza culturale è davvero enorme. Sono questi i giacimenti di petrolio che possiamo vendere al mondo ( e a noi stessi), anche, ma non solo, aggiungendo l’elemento digitale, forme di cooperazione e sharing.

Su quali settori, in espansione attuale o futura, consiglierebbe di puntare?

Un’area su cui punterei oggi è quella creata dalla sovrapposizione fra economia sociale e digitale. La macchina statale si rivela insufficiente nel rispondere sia in quantità sia in qualità, alla domanda proveniente dai cittadini, dalle imprese e dalle stesse istituzioni locali. Occorre quindi incontrare nuove forme del convivere che passano anche per una forte delega al mondo organizzato delle imprese e delle startup.

L’educazione rappresenta un altro settore importante di espansione e cambiamento. Fra dieci anni o forse anche meno sarà impensabile continuare a formarsi con la scuola e l’università di oggi. Il contesto internazionale è ricco di esempi che vanno nella direzione di una sperimentazione profonda in questo senso. Credo l’ambito educativo e formativo sia un settore estremamente interessante per creare un buon progetto di startup. Penso alla formazione non istituzionale, all’offerta dei MOOC, ai corsi online o attraverso l’uso di device mobili etc. La cosa importante, in generale, è partire da un analisi del bisogno specifico e, facendosi un po’ veggenti, immaginare i bisogni dei nostri utenti proiettati nel futuro…

Qualunque sia il settore o l’ambito in cui si sceglie di operare credo necessario calarlo nell’attuale contesto, tenendo conto del panorama tecnologico attuale e soprattutto del prossimo futuro. In parole povere si deve essere imprenditori digitali, non è più solo una opzione, ma una scelta obbligata se si vogliono innescare processi di valore scalari.
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