Le Business Community per riprogettare il futuro di un impresa

Le imprese e le organizzazioni che oggi si trovano ad operare in contesto sempre più incerto, discontinuo e ibrido, hanno compreso la necessità di evolversi, cambiare forma, individuare nuove logiche. Vogliono stabilire processi sempre meno verticali, diventare più rapide, distribuire meglio le informazioni all’interno e all’esterno delle proprie mura domestiche. Nasce da questo insieme di considerazioni la volontà di dar vita a una Business Community, che, come spiega Nicola Favini, General Manager di Logotel, “Sono una delle risposte con le quali progettare il futuro”. Logotel, la Service Design Company che progetta e accompagna l'innovazione d'impresa in modo collaborativo, progetta, realizza e gestisce Business Community da venti anni. Attualmente ne ha attive ben 29 dislocate in Italia e all’estero, che aggregano più di 40mila business users. Occupa quindi una posizione di leadership in questo mercato.

Ma cosa sono in concreto le Business Comunity e come vanno costruite ? “Imparare a riorganizzare e riuscire a coinvolgere ogni singolo individuo, capovolgendo la piramide all’interno di un’organizzazione e allargando gli orizzonti fino alla periferia della propria azienda è la base del concetto di business community – spiega Nicola Favini – in questo senso le community esistono se l’insieme dei servizi che le compongono sono capaci di coinvolgere i partecipanti creando spazi dove possano riconoscersi ed esprimersi per disegnare percorsi ed esperienze significative. Non stupisce quindi che nella fase iniziale del progetto serva un approccio di Service Design che, mettendo al centro la figura eclettica del progettista, sia in grado di costruire strategie attingendo tra le più disparate discipline: dai contenuti, alla grafica, dal design, alla sociologia. E l’ispirazione va cercata sul campo osservando i luoghi in cui si annidano gli scambi”.

I servizi erogati da una Business Community si snodano su tre livelli. Il primo è il piano di redazione. Una community deve parlare di cose concrete che in qualche modo entrano ed escano dagli “schermi” delle persone che ne fanno parte. Diventa quindi prioritario sviluppare un forte piano di content management, condiviso e sempre in evoluzione, che non escluda i contributi della base. Il secondo è il piano di formazione in senso esteso. Se una community deve partecipare all’evoluzione delle organizzazioni, allora tutti i giorni deve allenare quelle competenze che servono a fare meglio. In questo caso è importante la collaborazione: tutti hanno qualcosa da imparare e da insegnare, sarà la capacità del content management di sviluppare rubriche e strumenti ad aiutare questo processo. Il terzo è il piano di animazione, indispensabile per dare un ritmo ai due precedenti perché stabilisce le modalità con le quali, secondo le logiche del Service Design, si creano attività per garantire partecipazione, coinvolgimento e forme di rewarding. Questo significa stabilire programmi di gamification, distribuire premi digitali, inventarsi ruoli di contributor, etc.

Sono tanti gli imput dai quali può scaturire una community. Alcune nascono per allenare i manager alle sfide e per far capire come evitare gli sprechi e ottenere risparmi intelligenti, altre per accelerare i processi di cambiamento dal punto di vista della relazione centro-periferia, altre ancora con l’obiettivo di far parlare di più tutti i touch point aziendali che l’omnicanalità sta mettendo in crisi. “Ma soprattutto una community nasce perché se ne sente il bisogno, perchè si è consapevoli che possa contribuire alla trasformazione dell’impresa e delle sue competenze - conclude Nicola Favini – una community funziona se la si pone al centro di tutti i processi di una organizzazione, se diventa il luogo dove si fanno vivere le sfide dell’impresa. Se invece non ha obiettivi chiari e conclamati a tutti i suoi partecipanti rimane solo un ambiente che lascia il tempo che trova”.

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